Eureka per i giovani: uno spazio per crescere insieme, senza fretta
Il 12 agosto si celebra la Giornata Internazionale della Gioventù, occasione per riflettere (e magari ripensare) le reali necessità dei nostri giovani. Perché se è vero che “non ci sono più i giovani di una volta” o “alla loro età non ero così”, lo è altrettanto che ogni generazione riflette i disagi di un vissuto familiare e sociale, così come riempire il “vuoto carsico” del digitale, non si possa demandare al solo “lasciare il telefonino”. Servono occasioni d’incontro, soluzioni di vita comunitaria, luoghi. Ambienti in cui crescere. In Italia i dati sono allarmanti: solo l’1% dei ragazzi avrebbe infatti accesso a spazi di aggregazione strutturati e, negli ultimi vent’anni, gli adolescenti che vedono gli amici ogni giorno sarebbero calati dal 70% al 30%. Un vuoto che la Cooperativa Eureka cerca di colmare con i propri centri di aggregazione giovanile.


Sempre meno spazi, sempre più isolamento
I centri di aggregazione giovanile sono luoghi dove gli adolescenti si incontrano in modo informale. Senza dover per forza ottenere risultati, ma semplicemente stare insieme, parlare o giocare. In un’epoca in cui il tempo libero è sempre più organizzato a base moduli di occupazione (corsi, scuola, sport, ripetizioni, impegni vari), la possibilità di costruire relazioni spontanee è diventata rara. Ancora una volta i dati lo confermano con preoccupante pertinacia: tre ragazzi su cinque trascorrerebbero gran parte del tempo libero in casa. E se alcuni anni fa si guardava con sufficienza e falsa commiserazione al “lontano” fenomeno dell’hikikomori nipponico (un protratto ritiro sociale volontario), oggi quella stessa dinamica si veste di dialetti locali e nostrana compassione. Riguarda circa il 2% degli adolescenti italiani. Risposte come quelle di Eureka, quindi, non sono un lusso, ma evidenza di crescente urgenza.
Il ruolo dell’educatore
I centri d’aggregazione affidati a Eureka sono, in primis, presidiati educativamente. L’educatore osserva, facilita e interviene talora (ma con discrezione) solo per evitare che qualcuno rimanga ai margini. Il punto è questo: più che coinvolgere deve facilitare il coinvolgimento. Non si tratta di organizzare un grest o gestire iniziative di gruppo, ma equilibri di delicata e sussurrata vicinanza. Grazie a questa silenziosa ma attenta compresenza, chi frequenta il centro deve potersi ritrovare poco alla volta protagonista: è allora che è possibile co-progettare attività, eventi, laboratori o uscite. Lo scopo è recuperare i giovani al gruppo offrendo massima libertà, secondo tempi e bisogni propri. Competenze che si dimostrano vincenti anche sul fronte dell’inclusione: i centri accolgono infatti giovani d’ogni estrazione sociale, del quartiere come chi arriva da più lontano o, semplicemente, si “sente” lontano, perché in zona non ha alcun parente.
“Contesti simili, purtroppo numericamente esigui a fronte di crescenti solitudini e difficoltà – ha spiegato Emiliano Sampaolo – sanno accogliere chi affronta gli anni difficili dell’adolescenza senza una rete, sostenere chi vive una condizione familiare problematica. Qui ragazzi e ragazze trovano uno spazio dove le differenze si attenuano e, anzi, capita spesso siano gli stessi compagni che si prendono cura di chi è in difficoltà con inattesa sensibilità e dedizione”.
Il digitale non è il problema: lo è la solitudine
Tra i tanti luoghi comuni sui “giovani d’oggi” quello più importante da sfatare è che il problema degli adolescenti sia la tecnologia.
“Non lo è – conferma Sampaolo -. Tech e device sono metodo, lingua, opportunità. Demonizzare le competenze digitali dei ragazzi (che spesso superano quelle dei genitori) serve solo ad allargare la distanza tra generazioni invece di colmarla. Servirebbe piuttosto fossimo noi adulti a fare il primo passo verso quello che è innegabile essere, per quanto rapidissima, semplicemente innovazione. Farlo offrirebbe il destro al dialogo e, allora, pur con tutte le normali reticenze dell’età, anche il giovane si aprirebbe al confronto. No – conferma reciso il presidente di Eureka -, non è dallo schermo che nasce l’isolamento, ma dall’assenza di luoghi dove costruire fiducia e relazioni autentiche”.
Il progetto educativo Eureka per i centri d’aggregazione non a caso mira ad offrire il migliore equilibrio tra digitale e reale: così che le capacità dei ragazzi vengano valorizzate al contempo indirizzandole ad esperienze condivise e significative. Un processo che di necessità parte da tanta esperienza e capacità d’osservazione così da capire profondamente prima di cadere in giudizi superficiali, per poi offrire alternative concrete.
Spazio ai ragazzi che vogliono impegnarsi
Uno degli aspetti più incoraggianti è la voglia di “esserci” di studenti di quinta superiore o giovani universitari che desiderano contribuire al benessere collettivo mettendosi in gioco come volontari. Contrariamente al pensiero comune quegli stessi giovani che spesso “non hanno tempo” scelgono di dedicare quel poco che possono agli altri, magari proprio sottraendolo a schermi o divertimento. Ecco dunque smentito anche lo stereotipo del giovane apatico. Ne è prova la recente e riuscitissima collaborazione tra Eureka e un gruppo di studenti di Marsaglia impegnati a organizzare un festival letterario per animare culturalmente il proprio paese. Dall’incontro con l’autore ai laboratori, passando per la costruzione di eventi, i ragazzi stanno dimostrando di voler restituire qualcosa alla comunità che li ha visti crescere. Il progetto ha preso le mosse dall’ascolto reciproco tra i giovani e la cooperativa.
”Quando qualcuno ha la pazienza di ascoltare e crederci – ha confermato Sampaolo – i ragazzi sanno davvero sorprendere. Spesso prigionieri d’agende troppo piene subiscono il malus di aspettative altissime (speranze spesso più che meritate, certo, poiché la loro voglia di mettersi in gioco è straordinaria) ma che talora aggiungono solo pressione al sovraccarico. Compito di noi adulti dovrebbe invece essere creare le condizioni perché quell’energia trovi espressione: conoscerli e accompagnarli. Non per loro ma con loro”.