Intervista a Carolina Soldati, past president e responsabile dell’infanzia
C’è chi entra in una cooperativa quasi per caso, da studentessa, mentre cerca ancora la propria strada, e finisce per restarci trent’anni, contribuendo a costruirla mattone dopo mattone. Capita così che quello che sembrava una parentesi si dimostri vocazione. È quello che è accaduto a Carolina Soldati, giunta in Eureka nel 1993 con in tasca l’iscrizione all’università per ritrovarsi, due mandati da presidente più tardi, imprescindibile punto di riferimento dell’area infanzia. Oggi il testimone del vertice amministrativo è passato a Emiliano Sanpaolo, uno dei migliori progettisti di Eureka, come lei stessa descrive con sincero affetto. Ma Carolina continua a presidiare con la stessa intensità di sempre il settore che sente più suo: quello dei bambini piccoli, dei nidi, delle famiglie che ogni mattina affidano ai suoi educatori la cosa più preziosa e fragile che hanno. Incontrarla significa ascoltare qualcuno che non ha mai separato il pensiero dall’esperienza vissuta, la visione strategica dalla cura minuziosa del quotidiano, la competenza istituzionale dalla capacità di commuoversi ancora davanti a un bambino che muove i primi passi. L’abbiamo incontrata per capire come Eureka affronti le sempre più complesse sfide dell’educazione della prima infanzia: tra rinnovati rapporti con famiglie che cambiano, i vincoli dell’accreditamento regionale, la ricerca ostinata di una qualità che sappai farsi dialogo. Come sempre, in primis, bambini al centro…
Come è arrivata in Eureka?
“Fu in realtà quasi per caso, come spesso accade per le cose che poi si rivelano decisive. Lavoravo e nel frattempo ero iscritta a Scienze della Formazione, cercando una direzione più precisa per la mia vita. Ebbi in sorte allora un’esperienza preziosissima: in cooperativa ho avuto infatti il non scontato privilegio di toccare fin da subito con mano il mestiere dell’educatore. Si trattò di un modo bellissimo di comprendere la bontà della mia scelta. Quest’interazione tra libri di testo e pratica ha fatto anche scuola: non a caso da allora Eureka si è fatta protagonista di svariati rapporti collaborativi e di interscambio col mondo universitario. Con la Cattolica, per esempio, con cui io e una collega abbiamo collaborato su temi pedagogici a fianco di alcuni docenti, ma anche con le Università di Parma e i Reggio Emilia, con cui abbiamo intessuto progetti di tirocinio formativo. Non ultimo abbiamo intrecciato utilissimi percorsi con facoltà apparentemente più ‘lontane’ dal nostro fare quotidiano: come con Economia, per esempio, indagando gli interessanti aspetti della promozione del territorio. È una contaminazione che tuttora ci arricchisce, che porta aria fresca e sguardi nuovi”.

In che altre direzioni si è evoluta Eureka?
“Quando sono giunta in Cooperativa quest’ultima era nata da soli quattro anni e, com’è immaginabile, l’ho vista cambiare profondamente. Quel che più importa tuttavia è che non ha mai perso di vista il perché della sua genesi: quel bisogno concreto, quasi urgente, di colmare un vuoto. Siamo infatti stati i primi, in questo territorio, a gestire gli spazi educativi pomeridiani per i bambini della scuola primaria e secondaria. Non semplici doposcuola, ma luoghi pensati per sostenere il percorso scolastico e, al tempo stesso, offrire ai ragazzi spazi autentici di gioco, relazione e crescita. Se la prima convenzione fu stipulata con l’ASL, nel tempo i centri si sono moltiplicati in tutta la provincia. Poco alla volta abbiamo inoltre allargato l’orizzonte: alla fine degli anni ’90 è arrivata la prima scuola dell’infanzia, uno ‘spazio bambino’ che si è in breve trasformato in nido d’infanzia, seguito da quello di Agazzano nel 2004 e tanti altri ancora. Oggi gestiamo anche il coordinamento pedagogico della scuola di Gossolengo e l’agriasilo, ospitato nell’azienda agricola Bosco Gerolo, con il suo allevamento bovini e il caseificio. Rivolto a bambini dai 3 ai 6 anni, è un progetto che non ha eguali nel territorio, in cui la natura sin fa ogni giorno maestra. Di recente ha infine visto i natali ‘Giraffe Verdi’, una nuova avventura in cui abbiamo investito entusiasmo e fiducia. Ogni apertura porta con sé una storia, una sfida, l’emozione di qualcosa che non c’era prima”.
Come si è formata invece l’attuale struttura organizzativa?
“Eureka nasce grazie al contributo della Caritas Diocesana, un’origine che dice molto dei valori che ci portiamo dentro. Dei soci fondatori è rimasto con noi solo Andrea Villa, coordinatore di vecchia data e memoria storica preziosa. Già poco dopo il mio arrivo in cooperativa, all’allora ruolo di educatore d’un bambino disabile ho affiancato quello di membro del CdA. Anno dopo anno, sono andata assumendo, quasi senza accorgermene, responsabilità crescenti. Nel 2006, infine, poiché le competenze si erano differenziate al punto da richiedere una struttura più organica quanto specializzata, insieme alla direttrice generale Nicoletta Corvi abbiamo riorganizzato Eureka nei tre attuali ambiti di governo. Le gare, del resto, diventavano sempre più esigenti e noi volevamo e dovevamo essere all’altezza. Noi tre, quella che chiamo con affetto ‘la vecchia guardia’, ci siamo così divisi meglio i compiti secondo ambito. Ho ricoperto il ruolo di Presidente una prima dal 2015 al 2017 e poi, di nuovo, nel 2020. Il Recente passaggio di testimone a Emiliano Sanpaolo, che stimo particolarmente, è avvenuto in modo del tutto naturale, con la piena serenità di chi sa di lasciare qualcosa d’importante in mani capaci, appassionate, degne di fiducia.”
Sembra che in questi anni Eureka sia cresciuta davvero molto…
“Una crescita tanto straordinaria che è quasi commovente ripercorrerla. Di 9 soci che eravamo superiamo ora i 170. Non sono tutti educatori a tempo pieno: è il dipendente a scegliere liberamente se associarsi o meno, in piena autonomia, senza alcun criterio ostativo. Quello che mi preme sottolineare, del resto, non è il numero in sé (che pure racconta una storia di espansione significativa) quanto il fatto che Eureka abbia sempre lavorato in profondità sul senso di appartenenza. È un valore fondante, viscerale, che si avverte ogni giorno vividamente nella nostra cooperativa. Che traspare nel modo in cui le persone ne parlano usando il ‘noi’ in modo spontaneo e convinto. In un settore dove il turnover può essere molto elevato, il fatto che in tanti scelgano di restare, investire qui la propria vita professionale, credo dica molto su ciò che siamo”.
Perché Eureka rappresenta un valore aggiunto per il territorio?
“Perché promuove la cultura del welfare circolare. Intercetta il bisogno educativo del territorio, lo elabora con sensibilità e competenza, e lo restituisce agli enti locali così che, insieme, possiamo tracciare risposte efficaci. È qualcosa di intimamente legato all’essenza della cooperazione sociale. Ogni educatore partecipa attivamente di dimensione e valore civico: sa che il suo lavoro non si esaurisce nella risposta al singolo servizio, ma deve saper leggere i bisogni più profondi e riferirli, secondo i propri ruolo e contesto, a chi ha la responsabilità istituzionale di farne politica pubblica. Se l’ente locale definisce e distribuisce i servizi, in pratica, noi interpretiamo, traduciamo e costruiamo ponti utili ad essi. C’è poi una costante attenzione alla mediazione: favoriamo dialogo tra interesse del servizio e quello dell’operatore, tra il bambino e la sua famiglia così come tra quest’ultime e le associazioni del territorio. Si tratta di interessi non sempre coincidono, e imparare a mediarli con rispetto e intelligenza è forse la parte più esigente e importante di questo lavoro”.
A proposito di famiglie: come vi rapportate con loro?
“Siamo spesso la primissima agenzia educativa con cui si interfacciano: alcuni bambini hanno pochi mesi quando varcano la nostra soglia. È un privilegio enorme e una responsabilità altrettanto grande. Negli ultimi anni in particolare stiamo registrando un profondo cambiamento nel modo in cui le famiglie si approcciano: qualcosa nel rapporto con le istituzioni sembra essersi incrinato e spesso più che professionisti veniamo percepiti come una naturale prosecuzione del contesto domestico. Dobbiamo in buona sostanza prenderci cura anche dei genitori nel delicato, a volte doloroso passaggio tra le mani familiari e quelle di chi opera azioni di tutela. In questa relazione bella e faticosa si annidano insidie sottili, problemi legati a libertà d’azione, prevenzione, e al confine tra il nostro ruolo e quello genitoriale. Sappiamo che la famiglia è l’agenzia educativa più importante che esista, ma sappiamo anche che da quella possono derivare le ferite più profonde. Non si tratta di giudicare, ma di accompagnare con rispetto, fermezza e professionalità”.
Parliamo dell’accreditamento: cos’è e come vi riguarda?
“L’accreditamento è uno di quei temi che dall’esterno possono sembrare tecnici e burocratici, ma in realtà toccano nel profondo la qualità di ciò che facciamo ogni giorno. La Regione ha stabilito che tutti i nidi inseriti nel sistema integrato debbano essere accreditati pena la perdita dei finanziamenti. Si tratta di una garanzia per le famiglie ma anche una responsabilità non leggera per chi gestisce. Il processo è articolato: prevede l’analisi di criteri che ogni territorio provinciale declina in un proprio progetto educativo. Obiettivi fatti di svariate voci definite dalla Regione che l’operatore deve non solo tradurre sulla carta, ma incarnare nel lavoro quotidiano. Allo scadere del quarto anno si ricomincia: un confronto continuo tra ciò che si fa e ciò che si è promesso di fare. È un percorso bello e stimolante, che costringe a non smettere mai di interrogarsi. Ma porta con sé un nodo irrisolto e doloroso: se un operatore perde l’appalto, chi subentra è costretto a ricominciare dall’inizio, disperdendo un patrimonio di riflessione e prassi costruito con anni di lavoro.”

Quale futuro vede per Eureka nel settore infanzia?
“Quello che desidero, e che ritengo possibile, è un futuro fatto di collaborazione finalmente paritaria con la scuola dell’infanzia, il segmento dei 3-6 anni. Oggi i due mondi sono separati da una frontiera che non ha ragione d’esistere: i nidi rispondono ai Comuni o sono a gestione esternalizzata, mentre la scuola dell’infanzia ha lo Stato come interlocutore primario, così vivendo un regime d’obblighi formativi e professionali profondamente diverso dal nostro. Noi abbiamo quaranta ore annue di formazione obbligatoria, il pedagogista è figura di riferimento consolidata, e dal 2017 è richiesta la laurea triennale con indirizzo specifico. La scuola dell’infanzia statale non ha nessuno di questi vincoli. In Europa le due realtà sono da tempo integrate e si parlano. E anche se il decreto ‘Buona scuola’ ha aperto uno spiraglio con l’orientamento curricolare 0-6, manca ancora la normativa che traduca quella visione in realtà concreta. Colmare questo divario non sarebbe solo un avanzamento istituzionale, ma un atto di giustizia nei confronti dei bambini, che meritano una continuità educativa vera, non lasciata alla buona volontà dei singoli”.
Come possono conoscervi le famiglie del territorio?
“Attraverso gli incontri che proponiamo: crediamo fermamente che la relazione con le famiglie non possa limitarsi a momenti di passaggio all’ingresso e uscita dalle strutture. Organizziamo specifiche occasioni riservate ai genitori dei bambini iscritti, in cui restituiamo immagini e filmati per rendere visibile (e dunque reale, condivisibile) la vita dei piccoli all’interno del servizio. Parallelamente costruiamo incontri di sostegno alla genitorialità, spazi di riflessione sulle difficoltà che ogni genitore incontra nel proprio cammino. Ancora: incontri ludici, con giochi e teatro (come ‘Giù i gomiti dal tavolo’, uno spettacolo di ombre che ha saputo creare un’apprezzatissima atmosfera d‘incanto e complicità). A tutto questo vanno sommandosi serate su temi che la contemporaneità ci pone con urgenza crescente: quest’anno, ad esempio, abbiamo approfondito con degli esperti l’uso delle tecnologie per i bambini anche molto piccoli, un argomento su cui le famiglie mostrano insieme curiosità e disorientamento. Ci sono infine gli incontri strutturali di metà e fine anno, di sezione o dedicati al singolo bambino. Il nido è un luogo profondamente aperto al contesto familiare, quasi permeabile, eppure non è sempre facile favorire l’incontro. Spesso i genitori si sentono osservati o giudicati, forse talvolta anche noi non riusciamo a porci nel modo più giusto. Ma è una fatica che vale la pena di sostenere, perché il fine è sempre quello di un bambino che cresce”.
Un’ultima parola per i suoi colleghi della direzione?
“Stimo Daniela ed Emiliano, cui ho già accennato, con quella stima profonda che si guadagna solo lavorando fianco a fianco negli anni, attraversando insieme momenti difficili e traguardi inattesi. Daniela ha una passione e un’etica che non smettono mai di sorprendermi: il modo in cui riesce a far funzionare gli appalti con correttezza e onestà, mantenendo al tempo stesso relazioni di qualità con le famiglie e gli enti locali, è qualcosa che richiede non solo competenza ma un carattere solido, integro. Emiliano è tra i progettisti più visionari che Eureka abbia avuto: appassionato di educazione ambientale, sa entrare in relazione con il mondo giovanile con una naturalezza disarmante, trasferendo agli enti locali i bisogni dei ragazzi con la semplicità di chi quella realtà la conosce davvero dall’interno. Siamo stati una triade unita da passione e stima reciproca, e questo si allarga ad ogni socio, a ogni collaboratore. Ognuno contribuisce con il suo ruolo insostituibile, ognuno con le proprie fatiche e passione”.