Borgonovo, “Parco della Salute”. Una mattina di fine maggio in cui il verde degli alberi ha fatto da cornice a qualcosa che raramente si vede: quasi cinquecento persone tra bambini di scuola primaria e adulti con disabilità che giocavano insieme, ridevano insieme, si ringraziavano con spontaneità disarmante. Era la giornata conclusiva de “Il Sentiero del Benessere e delle Differenze”, uno dei tre percorsi promossi dal Eureka all’interno del Community Lab, in coprogettazione con l’ASL. Un progetto che, al secondo step della sua biennalità, sta costruendo un modello di inclusione reale. Coordinatrice di questa storia è Barbara Rossi, educatrice specializzata nella disabilità adulta, è impegnata da anni a Bobbio come in tutto il distretto di Ponente a dar voce di un pensiero che chiede di guardare le persone con disabilità per quello che sono davvero: adulti capaci, diversi, non eterni bambini.

Come descriverebbe la giornata al Parco della Salute di Borgonovo?
“Come l’anno scorso, una giornata meravigliosa. Il focus di questo secondo anno del Community Lab erano inclusione e benessere, che hanno visto ben cinque centri scendere in campo fianco a fianco per giocare con i bambini diciotto classi della scuola primaria. Abbiamo così fatto concreta inclusione: non concetto astratto, ma pratica vissuta. Le persone con disabilità hanno gestito nove stazioni di gioco, alcune con il supporto di operatori, molte in piena autonomia. Ognuno con i propri tempi e i propri modi. Nonostante sia un parco grande, è stato interamente occupato dall’iniziativa, sotto lo sguardo soddisfatto di organizzatori, insegnanti, Comune e fruitori abituali e non che ne hanno apprezzato l’originale vitalità”.
Come si è articolata la mattinata?
“I giochi sono proseguiti dalle 9.30 fino alle 12.30. Tra le attività: riconoscere oggetti tramite vista e tatto, corsa con il cucchiaio, staffetta a tre gambe, tiro alla fune, corsa nei sacchi, bandiera, ma anche il gioco teatrale ‘Zip Zap Boing’. E poi una stazione speciale: la decorazione dei sassi. Ogni bambino ha portato un sasso da dipingere, da impreziosire con scritte che richiamassero cosa lo facesse star bene. Stiamo creando un’aiuola del benessere: in questi giorni allestiremo recinzione e le targhette. Ma già il giorno seguente l’evento l’Assessora mi ha segnalato di aver ricevuto commenti entusiasti. Anche se erano solo dei sassi attorno a un albero, a quanto pare, hanno colpito nel segno. Per le classi che volevano trattenersi c’era poi il pic-nic: non ciascuno nei propri centri, ma insieme in spazi condivisi, dove la distrazione non agita ma crea relazioni”.

Quali sono stati i centri protagonisti della giornata?
“I centri socio-occupazionali di Bobbio, Rivergaro, Castel San Giovanni e il Book Box di Bobbio. Tutte realtà della disabilità adulta del distretto di Ponente. I centri di Eureka hanno organizzato le stazioni per pura praticità, ma tutti gli altri hanno partecipato attivamente: chi aiutando, chi giocando in prima persona. Qualcuno si è limitato a sedere e osservare gli altri che giocavano, ma anche guardare è a suo modo partecipazione. È stato così per due signore anziane con disabilità che, riposandosi all’ombra, non nascondevano volti sorridenti ed emozionati. Questo conferma come chiunque meriti e possa partecipare della gioia comune. C’erano caos, rumore, palloni che volavano, eppure in nessuno ha suscitato tensione o agitazione, al contrario di certi preconcetti comuni..”.
Come s’inserisce questa giornata nel più ampio percorso del Community Lab?
“Prende le mosse dagli incontri con le scuole per traghettare riflessioni e sensibilità dal banco alla viva relazione (non riesco a pensare a nulla di più naturale, del resto, che contesti che s’incontrano giocando, con tutta la meravigliosa capacità dei bambini di non porsi troppe domande ma, semplicemente, fare). Nelle classi aderenti al percorso ci siamo avvicinati al concetto di diversità e disabilità attraverso la metafora della biodiversità: l’ecosistema è unico, ogni specie è indispensabile. Abbiamo giocato contro il ‘mostro del litigio’, lavorato sull’assertività e la capacità di stare insieme oltre le etichette. Nello stesso periodo si sono chiusi anche gli altri due percorsi: i ‘Cantieri di Benessere’ (con gli adesivi che i ragazzi porteranno in giro facendone messaggi d’inclusione) e ‘Ritorno al Futuro’ (il laboratorio intergenerazionale in cui gli studenti delle medie hanno incontrato gli anziani alla casa di riposo Gardenia). Istituzioni ed enti locali si sono dimostrati fin da subito parti attive, partecipanti e presenti lungo tutto il percorso: hanno apprezzato profondamente il lavoro fatto’.

Cosa l’ha colpita di più nella reazione dei bambini?
“La loro naturalezza. Non credo si fossero nemmeno fatti una domanda: si aspettavano di giocare, e così è stato. Sorrisi, abbracci, ringraziamenti sinceri. Quello che per loro è naturale, per le persone che vivono spesso all’interno dei centri non lo è. E per chi ha meno possibilità di queste esperienze, è stato davvero preziosissimo, quanto un abbraccio. Uno scambio che non ultimo infonde consapevolezza del saper fare: una risorsa che molte persone con disabilità possiedono ma a volte perdono per paura dell’errore. Il bambino l’errore te lo perdona. Il gioco funziona sempre. E il buon umore aiuta tutto: non è qualcosa di banale ma piuttosto una verità su cui riflettere”.
Qualche episodio concreto che restituisce il senso della giornata al parco?
“Era presente un ragazzo che fino a tre anni fa viveva in completo ritiro sociale. Ieri ha gestito la stazione del gioco del cucchiaio con tantissimi bambini. Due ragazze di Rivergaro che fanno teatro, poi, hanno tenuto la loro stazione in completa autonomia (io ero con loro, ma non servivo: le ho lasciate fare, erano organizzatissime). Mi viene in mente anche un giovane del Book Box con un profilo di autismo che, nel mezzo della confusione, mi si è avvicinato chiedendo sereno e compiaciuto cosa potesse fare. Solo quella domanda ha illuminato la sua educatrice: si è sentito parte attiva, voleva esserlo, e nessuno dei chiassosi stimoli circostanti lo ha messo in alcun modo a disagio. Episodi così, che possono sembrare occasionali o comuni, cambiano la prospettiva sul mondo (e i luoghi comuni) della disabilità”.

A proposti di questo: quanto pesa nel vostro lavoro il riconoscimento dell’“adultità”?
“Lavoriamo molto su questo processo perché riteniamo fondamentale scardinare l’abitudine di considerare e trattare gi adulti con disabilità mentale come eterni bambini, non già persone che, semplicemente, vivono la propria età con modalità, espressioni o talenti diversi, che come chiunque sanno fare alcune cose e non altre. Anche solo le parole, inoltre, contano: se è una signora, è una signora, non una ‘ragazza’ solo perché disabile. Farlo capire anche ai bambini è fondamentale perché proprio da loro potrà partire il cambiamento, un processo lungo, certo, ma anche un percorso che è quanto mai importante aver avviato. Se in passato si parlava di ‘handicap’, cui è seguita la stagione della ‘tolleranza’, oggigiorno è necessario andare oltre: serve ‘vedere’ l’altro, non etichettarlo. Ripetiamo spesso come non debba offrirsi alla vista (e al preconcetto) la diagnosi, ma solo la persona. Questa è la strada. Un cammino che, è utile far comprendere, conduca anche al risparmio delle risorse: all’apertura di nuove aree di autonomia si riduce infatti di conseguenza quell’assistenzialismo che non sempre va bene. Serve fare e far fare”.
E una volta ancora, il lavoro di rete si è dimostrato decisivo…
“Non operare come isole moltiplica la resa e massimizza le forze in campo in modo esponenziale. Come accennato, ne ha dato prova il profondo apprezzamento delle istituzioni, insegnanti ed educatori, ma anche le stese volontarie della casa di riposo, entusiaste dell’iniziativa. A conferma dei vantaggi dell’operare in sinergia si pone anche la recente, azzeccatissima scelta d’imporre agli studenti ‘colpiti’ da sospensione scolastica esperienze di volontariato. Un esperimento che non solo sta dando frutti, ma effetti imprevisti: alcuni ragazzi ‘difficili’ o che magari stavano attraversando delle difficoltà, durante gli incontri con gli anziani si sono dimostrati profondamente empatici e proattivi. Sono questi i progetti e le esperienze che fanno maturare l’inclusione come concreto valore sociale. E la collaborazione del territorio tutto, in questi percorsi, è comprensibilmente di primaria importanza. Lo stesso evento al Parco della Salute di Borgonovo non sarebbe riuscito senza il contribuito di tutti, dalle scuole ai centri passando per chi si è fatto carico dell’organizzazione dei tempi o dei trasporti. Il risultato? Abbiamo fatto divertire persone che non sorridevano da tempo. La voglia di esserci, i giochi strutturati: tutto ha preso le mosse da un’idea che però ha trovato concreta realizzazione solo grazie a un lavoro collettivo”.