Tutela e disabilità

5 Ottobre 2026

Disability manager: il ponte tra persone con disabilità e imprese

Un ruolo ancora poco conosciuto che trasforma inclusione e lavoro in opportunità concrete per persone, imprese e comunità.

Un ruolo ancora poco conosciuto che trasforma inclusione e lavoro in opportunità concrete per persone, imprese e comunità.

Jessica Matti racconta il percorso che l’ha portata in Eureka e alla specializzazione come disability manager, unendo competenze educative, HR e inclusione.

Tra gruppo appartamento e centro socio-occupazionale, lavora sull’autonomia quotidiana, la socializzazione e la partecipazione attiva delle persone con disabilità.

Il disability manager mette in relazione persone e imprese, individuando mansioni, ambienti e condizioni capaci di valorizzare davvero ogni lavoratore.

L’obiettivo non è soltanto assumere, ma costruire percorsi professionali sostenibili, accompagnando inserimento, crescita, formazione e possibili sviluppi di carriera.

Matti invita le aziende a superare i pregiudizi sulle categorie protette, riconoscendo il valore che una vera inclusione porta all’intera organizzazione.

Jessica Matti: “Il nostro successo? Quando non hanno più bisogno di noi”

Nome “in codice” disability manager: perché davvero in pochi conoscono quest’innovativa e fondamentale figura che promette di migliorare il futuro non solo alle persone con disabilità, ma ad una società che non sapeva di averne tanto bisogno. Forte di profonda e variegata preparazione (oltre che aggiornamento continuo) il disability manager mette in dialogo i bisogni delle persone con disabilità e quelli delle aziende, facendo d’ogni inserimento un valore per l’intera organizzazione e la comunità. Se nel settore privato è una figura ancor poco impiegata, già alcuni anni fa Eureka ha scelto di formarla al proprio interno così da avvantaggiarne i propri servizi e, al contempo, tracciare quel percorso che porterà a vero benessere condiviso. 

Il ruolo è affidato a Jessica Matti, 33 anni. Laureatasi in Comunicazione e società all’Università degli Studi di Milano e ottenuto un secondo titolo accademico in Scienze dell’educazione per il nido e le professioni socio-pedagogiche all’Università di Reggio Emilia, sempre nel capoluogo lombardo Matti ha completato il corso di alta formazione in disability management organizzato dall’Università Cattolica. Mentre era impiegata nella ricerca e selezione del personale in un’agenzia per il lavoro, ha avuto modo di scoprire una passione che l’ha portata nel 2019 in Eureka, dove oggi si divide tra il gruppo appartamento e il centro socio-occupazionale La Tartaruga.

Come si è avvicinata al mondo della disabilità?

“Del tutto inaspettatamente. Nell’agenzia di Milano in cui lavoravo mi occupavo dei colloqui e capitava si rivolgessero a noi persone afferenti alle categorie protette: un universo che non conoscevo e che un po’ alla volta mi ha conquistata. Serbo in particolare il ricordo d’un ragazzo sordomuto della cui situazione occupazionale mi sono sentita da subito profondamente coinvolta: per aiutarlo ho seguito addirittura un corso sulla lingua dei segni nel tempo libero, mi sono anche fatta carico di contattare le aziende descrivendone le qualità. M’ingegnavo insomma su come ‘aprirgli qualche porta’ e dargli quell’occasione che meritava. Il mio cruccio è, ancor oggi, non esservi riuscita. In compenso quell’esperienza mi ha fatto capire che desideravo inserirmi nell’ambito sociale, in modo che il mio lavoro fosse di reale utilità per qualcuno”.

Poi è arrivata Eureka…

“Sì, e mi ha dato la possibilità di dedicarmi in modo proattivo al settore della disabilità. Ho iniziato a lavorare in cooperativa mentre proseguivo gli studi, con l’intesa che mi sarei specializzata. Eureka ha in qualche modo scommesso su di me (cosa che in pochi avrebbero fatto) e ho ripagato quella stima conseguendo in due anni la seconda laurea. Da allora sono parte e apprezzo ancor più di questa splendida realtà: un ambiente accogliente, fondato sulla fiducia e sull’impegno reciproco. Questo lavoro mi ha anche riportata a Bobbio, dove sono nata e sono felice d’aver fatto ritorno”.

Di che cosa si occupa oggi?

“Il gruppo appartamento accoglie sei adulti con disabilità insieme ai quali lavoriamo sulle autonomie legate alla quotidiana gestione della casa: lavatrice, lavastoviglie, pulizie, cucina, spesa. Ho ideato anche uno strumento fatto di tessere raffiguranti i diversi alimenti, così che possano comporre in autonomia un menu settimanale equilibrato dal punto di vista nutrizionale. Il numero delle tessere è studiato per evitare che lo stesso cibo torni in tavola troppe volte di seguito: la scelta resta loro, ma lo strumento li protegge dall’errore. Ogni settimana preparano la lista e vanno a fare acquisti, si sentono attivi e stimolati, e i risultati sono evidenti. Il nostro successo, del resto, è quando non hanno più bisogno di noi”.

E al centro socio-occupazionale?

“Lì lavoriamo sull’inserimento nella comunità d’appartenenza, sulla socializzazione attraverso attività di gruppo e sulle capacità relazionali. È un servizio che offre un’alternativa a chi non può o non riesce a entrare nel mondo del lavoro. Con numerosi progetti cerchiamo di favorire l’integrazione di queste persone nella società. Perché ciascuno, per quanto gli è possibile, ne diventi parte attiva”.

E poi c’è il ruolo di disability manager. Come è iniziato questo percorso?

“Me l’ha proposto la stessa cooperativa, poiché richiedeva competenze sia nella gestione e selezione del personale che nel campo della disabilità. Io non conoscevo nemmeno questa figura professionale ma, riconoscendo in me la persona adatta, i vertici di Eureka hanno preferito sostenere le spese del corso di studio per una loro dipendente piuttosto che cercare un professionista esterno. Ancora una volta qualcosa che in pochi avrebbero fatto e nuovamente una scommessa che ho accettato con gioia. Hanno creduto in me e per questo li ringrazierò sempre. È stata un’avventura di circa otto mesi che prevedeva, venerdì e sabato, lezioni full immersion in Cattolica, a Milano. Partivo alle cinque del mattino e rientravo alle nove e mezza di sera. Devo dirlo: non è stata facile, anche perché il percorso affrontava, oltre a materie che mi erano più affini, questioni complesse di diritto e filosofia, oltre ad un esame finale tutt’altro che facile”.

Come è nata ufficialmente la figura del disability manager?

“È stata introdotta nel 2017 e, con il decreto legislativo 222 del 2023 (https://riformadisabilita.gov.it/d-lgs-n-222-2023/) (che ha modificato il 165 del 2001 (https://www.parlamento.it/parlam/leggi/deleghe/01165dl.htm)), è diventata obbligatoria in tutti gli enti pubblici. Va detto che nel 2017 la figura del disability manager era già stata promossa anche nelle imprese private, ma senza obbligo. Ancor oggi, per quanto consigliata, non risulta prescritta. Per questo cerchiamo di farla conoscere il più possibile, incoraggiando le aziende a dotarsene: perché oltre ad essere utilissima, il suo impiego ha ricadute estremamente positive sull’intera collettività. L’obiettivo è rendere inclusiva ogni realtà produttiva alla luce d’un futuro prossimo inevitabilmente segnato da sempre più diffuse malattie croniche, invecchiamento della popolazione e un’età pensionabile che si allontana sempre di più. Poiché un disability manager aiuta inclusività e resa produttiva la sua azione si farà sempre più necessaria anche per dipendenti in età avanzata”. 

In concreto, qual è il suo compito?

“Mediare tra le esigenze delle persone con disabilità e quelle dell’azienda. Si comincia dalla ricerca della risorsa da inserire in organico e si prosegue con i colloqui di selezione. S’individua quindi la mansione più adatta attraverso un’attenta analisi biopsicosociale del funzionamento del candidato. Si tratta di un’indagine basata sull’‘ICF’ (la classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute), ma anche di un profondo e importantissimo cambio di paradigma. La domanda non riguarda infatti più i limiti della persona, ma come e dove questa funzioni, in quale ruolo possa portare fattivo contributo. Così facendo non si assume per coprire la mera quota d’obbligo riservata alle categorie protette, ma per ciò che la specifica persona può offrire in termini di valore. Se il suo apporto fa la differenza un’azienda potrebbe anche impiegarla semplicemente perché brava, al di là del computo numerico riservato alle persone con disabilità. Il compito del disability manager non si limita però ad integrare al meglio la persona giusta nel posto giusto, ma prosegue assicurandosi che mansione e luogo di lavoro vengono strutturati sulle sue specifiche necessità e, ancora, vigila nel prosegui del suo rapporto con l’azienda”. 

Può farci un esempio?

“Ogni situazione è a sé stante. Pensiamo a chi ha un livello d’attenzione che gli consente di lavorare bene solo per un’ora: in quel caso si prevedono pause e riprese ad hoc. C’è poi chi, per dare il suo contributo al meglio, necessiti di un ambiente più silenzioso. Non è raro ad esempio che qualcuno soffra le luci bianche intense o magari fatichi a deambulare. Ogni volta si cerca il punto d’incontro tra le richieste dell’impresa e quelle del lavoratore”.

Spiegava, inoltre, che il suo intervento si esaurisce con l’assunzione…

“È compito del disability manager seguire la crescita delle persone inserite: anche loro hanno infatti diritto a una prospettiva professionale e a un progetto di carriera. Un percorso fatto di corsi, stimoli, nuove opportunità. Si tratta purtroppo di un ambito ancora poco sviluppato, su cui si impegnano soprattutto le aziende delle grandi città. Stiamo tuttavia lavorando perché questo virtuoso sistema arrivi a toccare l’intero territorio nazionale”.

E sul versante aziendale?

“Lo scopo è rendere l’organizzazione il più inclusiva possibile per tutti, così da non dover ricorrere a continui aggiustamenti. Per l’adattamento degli ambienti di lavoro ci si avvale di strumenti come il ‘training tool’ e il ‘toolkit’ nati dalla collaborazione di ben ventuno Paesi europei nell’ambito del progetto ‘CHRODIS PLUS’. Consentono di analizzare il grado d’inclusività di un’azienda e definire di conseguenza nuove, specifiche prassi migliorative. Il lavoro tiene inoltre sempre conto delle normative più recenti in materia fiscale, del diritto del lavoro e delle eventuali, previste agevolazioni. Utilizziamo poi uno strumento che misura la cosiddetta ‘work ability’, ovvero l’efficienza del lavoratore in quella specifica fase della sua vita. Se in una certa mansione risulta scarsamente produttiva si può così individuare agilmente un’alternativa: ne beneficia la persona ma anche l’impresa, che valorizza meglio il suo contributo e affronta con maggiore facilità i propri cambiamenti, come possono essere nuove commesse, esternalizzazioni, delocalizzazioni, conversioni produttive. Si cresce insieme, tutti. Tutti al servizio della soddisfazione e dell’orgoglio di lavorare per un progetto comune”.

Questo presuppone un confronto costante con l’impresa…

“Non a caso un disability manager opera in seno all’ufficio personale ma anche in stretto contatto con i vertici aziendali, promuove miglioramenti e modifiche, viene di necessità coinvolto in ogni cambiamento d’assetto, ambiente o mansione. Cura inoltre dettagli che a molti potrebbero sembrare sciocchezze ma che, per chi vive una disabilità, risultano spesso decisivi. Un esempio? Magari la posizione delle macchinette del caffè, che devono essere raggiungibili da tutti, perché, per tutti, sono preziosi luoghi di socializzazione”.

Qual è il pregiudizio più radicato?

“Siamo abituati a considerare le persone con disabilità come qualcuno da assistere, mentre il loro benessere spesso dipende in primis dal lavorare. Il lavoro costruisce l’identità, fa sentire parte di qualcosa di più grande, consente di contribuire alla società e riconoscersi con orgoglio in un membro attivo della comunità in cui si vive. Relegarle alla passività è deleterio: non c’è niente di peggio che trattare le persone con disabilità come eterni bambini. Sono adulti, con tutti i diritti e i doveri degli adulti, a cominciare dal lavoro. E come accade a chiunque, quando trovano le condizioni giuste per esprimersi la loro autostima cresce e le ricadute sono innumerevoli. Inserire una persona con ipersensibilità alle luci e ai rumori in una discoteca affollata sarebbe ad esempio impossibile, ma nel contesto adatto, magari a locale chiuso, occupandosi di organizzare e preparare, potrebbe rivelarsi più che utile. Come chiunque, anche le persone con disabilità hanno fragilità e capacità proprie: vanno soltanto individuate”.

C’è un’esperienza che porta nel cuore?

“Grazie ai fondi del PNRR mi sono occupata di reperire tirocini per un gruppo di ragazzi del centro di Gossolengo. In quel periodo seguivo un corso insieme ad altri operatori di centri socio-occupazionali e tutti lamentavano che i propri utenti non riuscissero a trovare un impiego. Io al contrario, a parte uno, li ho collocati tutti: è stata una grandissima soddisfazione. Qualcosa di cui vado molto fiera anche perché dimostra che volendo si può fare. Ho scaricato tutti gli elenchi delle aziende del territorio, ho telefonato, fatto visite di persona, e insistendo sono infine riuscita a trovare la collocazione giusta. La soddisfazione più grande è arrivata quando, al termine dei previsti tirocini (e dei fondi del PNRR) alcune aziende hanno deciso di rinnovarli comunque e un ragazzo, addirittura, è stato assunto. È un traguardo raro, perché il pregiudizio resta forte. Molte aziende mi hanno risposto senza mezzi termini ‘queste cose non le facciamo’, come se si trattasse di qualcosa di anomalo”. 

Che cosa si augura per il futuro?

“Spero di contribuire a cambiare almeno un po’ la mentalità. Se le aziende smettessero di considerare le categorie protette un peso, sarebbe già una grande conquista. Vorrei sradicare tutti gli annosi preconcetti e sostituirli con prassi di semplice buon senso. Mi piacerebbe sentir dire: ‘assumo una persona con disabilità perché mi dà di più, arricchisce i colleghi e rende migliore l’azienda’. Vorrebbe dire ripensare l’organizzazione a partire dal valore di tutti i lavoratori che la compongono, non solo dai numeri che rappresentano. Significherebbe portare benefici a ciascuno allargando al contempo lo sguardo ai bisogni di tutti, anche di chi gode di ottima salute. Perché un’azienda davvero inclusiva è, semplicemente, un posto migliore in cui lavorare”.

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