Spettacolo di teatro d’ombra della compagnia Giù i gomiti dal tavolo di Eureka davanti a un pubblico di bambini.

Tutela e disabilità

12 Ottobre 2026

Teatro d’ombra, la compagnia di Eureka che porta alla luce i talenti

Il teatro d’ombra diventa uno spazio di espressione, autonomia e inclusione, dove ogni persona può trovare il proprio ruolo e valorizzare i propri talenti.

Il teatro d’ombra diventa uno spazio di espressione, autonomia e inclusione, dove ogni persona può trovare il proprio ruolo e valorizzare i propri talenti.

Da oltre dieci anni la compagnia “Giù i gomiti dal tavolo” porta nelle scuole spettacoli scritti e interpretati dagli utenti del centro La Tartaruga.

Il teatro d’ombra permette a ciascuno di partecipare secondo le proprie possibilità, superando timidezza, difficoltà motorie e paure legate alla performance.

Il laboratorio sviluppa concentrazione, autonomia, autostima e senso di responsabilità, trasformando le persone con disabilità da destinatari a protagonisti attivi.

Attori, tecnici, musicisti e addetti ai costumi trovano spazio secondo le proprie attitudini, in un progetto che si adatta continuamente alle persone coinvolte.

Gli spettacoli nelle scuole favoriscono un incontro autentico con i bambini, mostrando la disabilità attraverso capacità, creatività, relazione e partecipazione.

Rossi: “Dietro il telo c’è una soluzione per tutti, tra emozione ed inclusione”

Sagome di cartone, un fascio di luce e un telo teso davanti a una platea di bambini. È la scena che la compagnia “Giù i gomiti dal tavolo” porta da oltre dieci anni nelle scuole, con fiabe scritte e interpretate dalle persone che frequentano il centro socio-occupazionale La Tartaruga di Bobbio, gestito da Eureka. A guidare il laboratorio teatrale e il progetto “Fuori dall’ombra” è Barbara Rossi, educatrice specializzata nella disabilità adulta che ha unito la passione per il palcoscenico a una solida formazione: un corso universitario ad hoc, numerosi workshop e due percorsi triennali di teatro d’ombra al “Teatro Gioco Vita” di Piacenza. Le abbiamo chiesto di raccontarci come è nata questa avventura e cosa le ha insegnato.

Da dove nasce il suo legame con il teatro?

“È da sempre una mia grande passione che, nel tempo, ho coltivato con diverse formazioni dedicate sia alla recitazione che al teatro d’ombra. Ho inoltre frequentato un corso universitario di animazione teatrale con finalità terapeutiche e partecipato a svariate attività e progetti a tema. Quando ho cominciato a proporre i primi laboratori alle persone che seguiamo, ci siamo accorti che la fase della drammatizzazione divertiva moltissimo e riusciva a coinvolgere tutti. Può sembrare poco, ma con adulti con disabilità è qualcosa di non scontato e prezioso. Il gruppo si è rinnovato più volte, ma la proposta è sempre stata accolta con entusiasmo, voglia di fare e mettersi alla prova”.

Come si è passati dal laboratorio al primo spettacolo?

“Tutto è partito da un laboratorio sulle emozioni affiancato da un percorso sulle favole. Lì i ragazzi hanno scritto la loro prima storia, ‘Nel mondo dei colori’, che abbiamo in seguito teatralizzato dando vita a un copione da declinare con la tecnica del teatro d’ombra. Intuite le potenzialità di quel cammino, nel 2013 è nata la compagnia: dai primi spettacoli siamo quindi arrivati alle rappresentazioni nelle scuole, oggi diventate l’attività principale del centro”.

Che cos’è il teatro d’ombra e perché si presta così bene?

“È una branca del teatro d’animazione che utilizza sagome di cartone e una fonte luminosa posta dietro un telo. Mi sono formata su questo particolare tipo di mise en scène al ‘Teatro Gioco Vita’, una realtà piacentina riconosciuta a livello europeo: averla sul nostro territorio è motivo d’orgoglio e una grande fortuna. Questa tecnica permette davvero a chiunque di recitare, anche ai più timidi, a chi si sente impacciato, a chi si muove in sedia a rotelle o ha difficoltà motorie. Dietro il telo una soluzione si trova sempre. Ci affidiamo a diversi accorgimenti: il copione, per esempio, resta invisibile al pubblico ma sempre a portata di mano, così che ognuno possa sostenere la propria parte con serenità”.

La compagnia Giù i gomiti dal tavolo sul palco al termine di uno spettacolo di teatro d’ombra.

Quali obiettivi educativi perseguite così?

“Il teatro insegna a stare nel qui e ora, a mantenere la concentrazione. Numerosi studi, dalla psicomotricità alle neuroscienze, mostrano quanto contino memoria del corpo e posture. È un lavoro ampio, che guadagna efficacia quando lo si porta all’esterno: cresce l’autostima, matura il senso di responsabilità e si promuove concretamente l’inclusione. Le persone con disabilità, per una volta, offrono un servizio anziché riceverlo e, siccome la compagnia dipende dall’impegno di tutti, s’impara a fare squadra e ad accettare i propri errori”.

Come si svolge concretamente il lavoro in laboratorio?

“Si articola su più piani. C’è il movimento creativo, dedicato al linguaggio non verbale: respirazione, equilibrio, coordinazione, orientamento nello spazio e nel tempo, ascolto del proprio ritmo. Poi la voce, con esercizi per usare il diaframma e modulare tono e volume. Infine, la manipolazione dei materiali, da cui nascono sagome e scenografie. Accanto agli spettacoli proponiamo laboratori manuali legati alle fiabe e incontri di avvicinamento al teatro d’ombra, tanto nelle scuole che nei centri di lettura. Il corpo parla una lingua tutta sua e, per chi fatica a esprimersi con le parole, si fa canale prezioso”.

Perché “Fuori dall’ombra” e perché “Giù i gomiti dal tavolo”?

“Attraverso le ombre vogliamo uscire dall’offuscamento del pregiudizio e dalla scarsa visibilità in cui troppo spesso le persone con disabilità vengono relegate. Il nome della compagnia richiama invece una delle frasi che si ripetono più di frequente ai bambini: raccontiamo fiabe per l’infanzia e sentiamo con loro un’affinità fatta di gesti spontanei, a volte difficili da governare ma, proprio per questo, ancor più sinceri. Negli anni i componenti (tutti del centro ‘La Tartaruga’) sono cambiati, ma in qualche modo il teatro continua a coinvolgere e a tenere tutti uniti. Ci sono gli attori (qualcuno che col tempo ha anche superato paure e ritrosia sperimentandosi nella recitazione ‘ante telo’), e poi c’è chi si dedica alla cura dei costumi, chi le musiche: ciascuno trova il suo posto seguendo le proprie attitudini”.

Quanto impegno richiede la compagnia?

“Oggi abbiamo due spettacoli pronti: a ‘Nel mondo dei colori’ si è aggiunto ‘Gufo brontolone’. Quest’anno in più stiamo valutando di rivolgerci a un pubblico diverso da quello abituale, cioè le scuole dell’infanzia e primi anni della primaria. L’impegno è evidente, ma la soddisfazione va di pari passo. Di solito gli istituti ci contattano a inizio anno per programmare le date: noi ridefiniamo i personaggi secondo le inclinazioni dei partecipanti e verifichiamo lo stato dei materiali. È un lavoro in continuo divenire, che si plasma sulle persone coinvolte: ad oggi quasi una decina in tutto, comprese due signore più anziane che continuano, anche se in forma diversa, a essere parte della squadra. Una di loro fa molta fatica, eppure è presente con la sua voce registrata: ci tiene tantissimo. Questa capacità del teatro di andare incontro alle esigenze di ciascuno, in ottica terapeutica, è straordinaria”.

Dopo tutti questi anni andare in scena è diventato una sorta di automatismo?

“Tutt’altro. Non solo cambiano le persone, ma servono sempre piccoli adattamenti o modifiche dell’ultimo minuto. Capita di dimenticare qualcosa e allora improvvisiamo i costumi con quello che troviamo intorno. Per gli spettacoli nelle scuole c’è sempre molto da trasportare e approntare: carichiamo e scarichiamo tutto da soli, ci ingegniamo. Può sembrare faticoso, e a tratti lo è, ma concluso lo spettacolo si viene ripagati di ogni sacrificio. Il momento più bello arriva quando, terminata la pièce, usciamo tutti davanti al telo per il saluto: i bambini ringraziano, abbracciano, è un’emozione enorme. Molti dei nostri attori hanno poche occasioni di stare a contatto con l’infanzia ed è quindi un’opportunità importante. Dall’altra parte i piccoli scoprono la disabilità in una veste attiva, propositiva, capace. Ne esce così un’immagine diversa: persone portatrici di sapere, fantasia ed entusiasmo, non confinate in un doloroso isolamento”.

Ci sono momenti che le sono rimasti particolarmente nel cuore?

“Più di uno. Di recente un ragazzo con un timore altissimo del fallimento (tanto da rifiutare o sottrarsi ad ogni esercizio) è diventato il nostro tecnico audio: con i suoi strumenti gestisce le musiche dell’intero spettacolo ed è soddisfattissimo. Un’esperienza che, passo dop passo, lo sta aiutando a credere di più in sé stesso, mettersi alla prova e affrontare altre sfide. Un paio di anni fa, poi, in occasione d’un convegno, avrebbe dovuto accompagnarmi una ragazza che, per la troppa agitazione, abbiamo all’ultimo deciso di non esporre all’eventuale disagio. Con nostra grande sorpresa si è proposto al suo posto un ragazzo che di solito non partecipa a nessuna attività: insieme abbiamo allestito un piccolo teatro d’ombra e, mentre io parlavo, lui animava le sagome. Non solo è stato bravissimo, ma si è divertito così tanto che, da quel giorno e per un intero anno, ha continuato a chiedermi quando l’avremmo rifatto. Penso infine ad una ragazza che rientra nello spettro autistico e che, proprio grazie al teatro, ha imparato a relazionarsi con i bambini: ora sa stare nel contesto scolastico in modo adeguato e, anche quando siamo in giro, si dimostra molto più serena e coinvolta”.

Le famiglie vi seguono?

“Quando c’è l’occasione, magari in seno ad eventi esterni alla scuola, sono spesso presenti. Da tre stagioni partecipiamo ad esempio alla rassegna ‘Magnicomix’ e, lo scorso anno, siamo stati invitati ad un ulteriore festival a tema teatro sociale: lì le famiglie si radunano numerose ed entusiaste. Vengono perfino dall’altra struttura che gestiamo in Bobbio, e l’emozione è grande. C’è anche chi, non vedendo uno dei nostri attori da un po’, si stupisce dei progressi fatti non solo sul palco ma anche fuori dalle scene, con gli altri o tra la gente. Intorno a noi si stringono anche i volontari e le ex colleghe, che appena possono vengono a vederci. Un piccolo gruppo di fan irriducibili, infine, non manca mai e ci fa sentire il suo costante calore”.

Come immagina il futuro della compagnia?

“L’anno scorso, grazie a una donazione, ci siamo regalati microfoni e mixer, crescendo così anche sul piano tecnico. È stato qualcosa d’importantissimo perché ora possiamo esibirci anche in auditorium, teatri più grandi o addirittura all’aperto. È un passo fondamentale per guardare a nuove soluzioni sceniche, spettacoli o forme teatrali. Del resto siamo un ‘cantiere aperto’, e finché i membri del gruppo apprezzeranno questa esperienza sarà un costante regalo anche per me: perché ogni volta che si accende la luce dietro il telo, qualcuno di loro esce un po’ più dall’ombra”.

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