Ritratto di Emiliano Sampaolo all’aperto, nuovo presidente della cooperativa Eureka.

I volti di Eureka

29 Giugno 2026

Dall’educazione ambientale ai centri educativi: il valore di prevenire

Un percorso nato dall’educazione ambientale racconta il valore dei servizi educativi, tra prevenzione, relazione e attenzione ai ragazzi più fragili.

Un percorso nato dall’educazione ambientale racconta il valore dei servizi educativi, tra prevenzione, relazione e attenzione ai ragazzi più fragili.

Emiliano Sampaolo racconta il suo ingresso in Eureka, nato da un progetto di educazione ambientale pensato per le scuole piacentine.

In vent’anni, l’educazione ambientale si è evoluta da approccio naturalistico a visione ecosistemica, capace di collegare ambiente, territorio e responsabilità quotidiane.

I centri educativi pomeridiani accolgono bambini e ragazzi con fragilità, integrandoli in contesti inclusivi dove crescere insieme agli altri.

I centri aggregativi offrono agli adolescenti spazi liberi di ascolto, relazione e scoperta, contrastando isolamento, paure e difficoltà sociali.

Sampaolo sottolinea il valore preventivo di questi servizi, spesso considerati non essenziali ma decisivi per sostenere il futuro dei ragazzi.

Emiliano Sampaolo, tra ambiente, educazione e aggregazione. L’intervista.

Ci sono percorsi professionali che nascono da una passione così radicata da sembrare quasi un destino, e che trovano nel tempo la forma giusta per diventare qualcosa di più grande di sé. È quanto accaduto a Emiliano Sampaolo, giunto in Eureka nei primi anni Duemila. Una laurea in Scienze Ambientali, un master da educatore ambientale e, soprattutto, un progetto scritto di proprio pugno per portare l’educazione ambientale nelle scuole piacentine. Il tutto in un’epoca in cui il settore era ancora allo stato embrionale. Quella scommessa è stata vinta: oggi Sanpaolo coordina un’area che abbraccia l’educazione ambientale, i centri educativi pomeridiani, quelli aggregativi per adolescenti e i servizi informativi. Non solo: le recenti elezioni lo hanno voluto nuovo presidente della Cooperativa, subentrando a Carolina Soldati al termine del suo mandato. Un riconoscimento doveroso per chi ha costruito negli anni un lavoro capace di toccare migliaia di bambini e ragazzi (molti dei quali portatori di fragilità) che senza un presidio educativo rischierebbero percorsi ben più difficili. L’abbiamo incontrato per capire come si è evoluta l’educazione ambientale in vent’anni, quale ruolo concreto svolgono i centri educativi nella prevenzione del disagio, e perché certi servizi, troppo spesso liquidati come non essenziali, siano in realtà quelli che salvano vite e futuro.

Come è stato il suo primo approccio in Eureka?

“È una storia che credo parli di passione e di un po’ di coraggio giovanile. Sapevo che a Piacenza il settore che mi interessava era ancora tutto da costruire e, quando sono venuto a sapere di Eureka, non mi sono limitato a mandare un curriculum: ho allegato proprio un progetto per fare educazione ambientale nelle scuole. Nonostante la mia giovane età l’idea piacque e iniziai così a sviluppare quel sogno dall’interno della cooperativa, lavorando in parallelo come educatore. Il percorso si è in seguito allargato dalla prima infanzia fino alle superiori, costruendo nel tempo collaborazioni sempre più solide con gli istituti scolastici. Poi si sono aggiunti i parchi: tanto che oggi gestiamo l’educazione ambientale per i parchi regionali che insistono sul territorio piacentino con attività finanziate dai loro stessi enti. Una crescita lenta, paziente, costruita mattone dopo mattone, ma riguardandola ora, davvero emozionante”.

Emiliano Sampaolo insieme a un bambino che ha partecipato al progetto Naturalmente Estate.

Quindi il tema da lei portato in cooperativa è cresciuto esponenzialmente…

“La fortuna e la lungimiranza di chi allora guidava Eureka hanno contribuito a riconoscere come queste attività controbilanciassero il cosiddetto ‘disagio pesante’ degli altri settori, offrendo un respiro più ampio, trasversale, capace di creare ponti con la promozione del tempo libero. Così l’educazione ambientale è andata affiancando i centri educativi mentre io assumevo, con il prezioso supporto dei coordinatori dei singoli centri, la coordinazione di entrambe le direttive. Si è trattato di una crescita organica, che rispecchiava l’evoluzione reale dei bisogni del territorio. Oggi quella visione mi ha portato anche alla presidenza della cooperativa: un incarico che spero di sostenere con le stesse capacità e responsabilità di chi mi ha preceduto”.

Come è cambiata la sensibilità ambientale in questi vent’anni?

“È andata mutando in modo profondo, quasi radicale. Quando abbiamo iniziato a lavorarci operavamo prevalentemente sull’approfondimento delle scienze naturali: piante, animali, ecosistemi locali. Era un approccio valido, ma ancora descrittivo. Nel corso degli anni abbiamo compreso come non bastasse sapere quali specie popolano un territorio: serve comprenderne la funzione, le relazioni che intrattengono, così come i danni che la loro scomparsa potrebbe comportare. Per questo abbiamo via via sviluppato un approccio autenticamente ecosistemico. Il tutto, naturalmente, non senza impegno, studio e aggiornamento continuo. Gestione delle risorse, consumo del suolo e normative europee erano e sono del resto in continua evoluzione. L’educazione ambientale è uno di quei campi dove il contenuto non si stabilizza mai, dove devi restare in movimento se vuoi mantenerti credibile. Ed è proprio questo che lo rende appassionante”.

La risposta da parte dei ragazzi e delle scuole?

“Qualcosa che ci gratifica ogni anno di più. Nell’ottanta per cento dei casi gi istituti scolastici ci richiamano ogni anno e alcuni fra quelli ci seguono da quando abbiamo iniziato. Perfino insegnanti che nel frattempo sono andati in pensione ci tengono mantenere i contatti e continuare a seguire il nostro lavoro. Credo dica molto su come ci rapportiamo con le persone. Altrove è stato scelto un modello centralizzato, con contatti che passano attraverso svariati intermediari e il conseguente, infecondo risultato d’un certo qual distacco tra l’educatore e la scuola. Noi abbiamo sempre creduto che fosse lo stesso educatore a dover costruire il rapporto diretto con gli insegnanti, con le famiglie, con i ragazzi. Certo è un impegno e un carico di lavoro in più: richiede la partecipazione ai collegi docenti, l’interfacciarsi con il preside, conoscere la storia di ogni classe. Ma alla fine, i risultati parlano da soli”.

Può tratteggiare un esempio concreto di come lavorate in classe?

“Di recente, in una quarta elementare, ci siamo dedicati al tema del cambiamento climatico. L’abbiamo fatto usando dati reali: quanti chili di anidride carbonica producono i rifiuti, quanta ne assorbe un albero in un anno, e così via. I bambini hanno così scoperto che ogni cinque chili di rifiuti serve un albero che lavori per ben dodici mesi a compensazione. A casa hanno calcolato quanti rifiuti produce la loro famiglia, quanti la classe, quanti le classi dell’intera scuola. Le conseguenze le hanno tratte da soli: non abbiamo abbastanza alberi né suolo a sufficienza per piantarne quanti necessiteremmo. È il concetto di impronta ecologica, reso concreto e personale. Nel corso della lezione abbiamo poi parlato del ciclone che stava colpendo la Sicilia in quelle stesse ore. Osservando i dati sull’innalzamento del mare, abbiamo introdotto il tema dello scioglimento dei ghiacci. I bambini, con quella capacità di meraviglia e d’indignazione che gli adulti spesso perdono, si sono subito fatti partecipi e interessati alla questione. Educare loro, in più, significa in seconda battuta educare anche le famiglie. Perché giunti a casa ne parlano, ragionano del problema, si interrogano e interrogano mamma, papà, nonni, fratelli e sorelle maggiori”.

Come affronta invece il tema del mondo animale?

“Con la medesima (talora disarmante) semplicità. La presenza di un animale in un dato ambiente, spieghiamo loro, è sempre un segnale di equilibrio: se quella particolare specie vive una specifica area, significa che lì le condizioni sono favorevoli al suo sviluppo. Quando di contro ravvisa delle difficoltà, si fa indicatore prezioso che qualcosa non va. Esistono poi le cosiddette ‘specie ombrello’: se stanno bene loro, è probabile che un’intera catena di organismi più elusivi stia altrettanto bene. Cerchiamo di far comprendere come gli animali siano l’‘antenna del benessere’ di un ecosistema. Prendiamo il cinghiale: il cedimento della popolazione autoctona italiana, sostituita dalla variante asiatica, ha aperto la strada alla peste suina. È un esempio che racconta perfettamente come ogni elemento sia connesso a tutto il resto, e come la perdita di un equilibrio possa innescare conseguenze a cascata, fino a toccare la vita delle persone. Questi concetti, raccontati con il giusto approccio, affascinano i ragazzi ben più di qualsiasi manuale”.

Parliamo dei centri educativi pomeridiani: cosa sono e come funzionano?

“Si tratta di servizi nati per rispondere a un bisogno del territorio estremamente concreto: accogliere bambini e ragazzi di varie fasce d’età in un ambiente strutturato, dove possano essere seguiti non solo nel percorso scolastico. ma anche nella loro crescita relazionale. Ne gestiamo sei a Piacenza e svariati altri in provincia, a Vigolzone, Ponte dell’Olio, Gossolengo, Travo, Agazzano. Spesso accogliamo ragazzi portatori di fragilità, segnalati dai servizi sociali. Ma la scelta che caratterizza il nostro approccio è che non vengano separati in un gruppo a parte ma inclusi in contesti normotipici. Il centro educativo non deve diventare il ghetto dove si raccolgono persone poco gradite altrove. Dev’essere un luogo dove si cresce insieme, in cui i più solidi imparano la solidarietà e i più fragili trovano modelli positivi e relazioni genuine. È una visione che richiede coraggio: non a caso altre realtà scelgono la strada più semplice di aprire solo ai ‘certificati’. Noi crediamo di contro che quella sia una strada che non fa crescere bene nessuno”.

E i centri aggregativi per adolescenti?

“Sono spazi più liberi, più destrutturati rispetto ai centri educativi. L’accesso non è obbligatorio: si va quando si ha voglia, perché si ha voglia. Li definisco volentieri come una sorta di oratorio laico. Si fanno cose legate alla scuola se i ragazzi lo chiedono, altrimenti si parla, si organizzano attività, si esplorano passioni. Il ruolo dell’operatore è quello di stare in ascolto, leggere tra le righe, valorizzare competenze e desideri che spesso i ragazzi stessi faticano a riconoscere. Nei centri aggregativi si educa all’affettività, alla relazione e al rispetto reciproco. Si combatte l’isolamento, si vincono le paure. È un lavoro umile, che non fa rumore, ma che nella vita di certi ragazzi lascia un’impronta che può durare per sempre”.

Qual è la sfida più grande per Eureka nei prossimi dieci anni?

“C’è un rischio che mi preoccupa e vorrei contribuire a scongiurare: in cooperativa gestiamo servizi che l’ente pubblico è obbligato per legge ad erogare (come il sostegno alla disabilità, l’assistenza agli anziani, i nidi). Si tratta di servizi che crescono al crescere dei bisogni della popolazione. Accanto a quelli, tuttavia, ci sono servizi non obbligatori (come i centri di aggregazione) che negli ultimi anni sono stati progressivamente ridotti, in certi contesti quasi azzerati. La paura è che, di fronte a qualsiasi pressione di bilancio, siano questi ultimi a subire la peggio. Sarebbe un errore che pagheremmo carissimo come comunità, perché prevengono la deriva, l’isolamento, il contatto con le sostanze, la violenza, il fallimento scolastico. Se non ci fosse il centro educativo, quanti di quei ragazzi arriverebbero al diploma? Quanti finirebbero comunque a pesare sullo Stato in altro modo, magari attraverso il carcere, il sert o i servizi di emergenza? Non è retorica: è una domanda che merita (e mi auguro riceva) una risposta seria, sostenuta da una visione politica coraggiosa”.

Come si dimostra l’efficacia di questi servizi?

“È la domanda più difficile, e quella che sento più urgente. Oggi non è possibile restituire al dibattito i numeri di quanti sarebbero finiti male senza il centro educativo: è per sua natura una speculazione. Anche se chi lavora in questo campo sa benissimo che è una speculazione fondata. Sono i servizi sociali stessi a inviare i ragazzi da noi, e quando uno di loro compie un percorso visibile di crescita educativa, culturale o relazionale, ecco che allora il risultato esiste, anche se non è facilmente quantificabile. Serve comprendere come non si stia parlando di servizi accessori, un lusso da espuntare con un semplice colpo di penna dal bilancio. Si tratta di strumenti sempre più necessari in un’epoca in cui i ragazzi fragili si isolano con crescente velocità venendo così facilmente raggiunti da influenze negative. Quello di cui abbiamo bisogno è una rete vera tra servizi sociali ed educatori, un sistema che sappia indirizzare questi ragazzi verso luoghi di benessere. Non solo ambienti di prevenzione, ma di voglia di vivere, d’incontro, scoperta. Lo ripeto: non sono un lusso. Adesso più che mai sono qualcosa di strettamente necessario”.

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