Daniela Metti, responsabile dell’area disabilità, racconta sfide, vittorie e prospettive
C’è una parola che Daniela Metti usa spesso, quasi come una bussola: vicinanza. Vicinanza all’utente, vicinanza all’operatore, ai bisogni reali di un territorio che cambia. Giunta in Eureka nel 1995 dopo i primi passi come educatrice domiciliare e libera professionista, prima ancora il suo percorso aveva mosso lungo il sentiero del volontariato parrocchiale. Negli ultimi trent’anni Metti ha costruito la sua carriera senza tuttavia mai perdere il contatto con il “piano terra” del lavoro educativo: quello fatto di relazioni difficili, famiglie in bilico, ragazzi che faticano a trovare il proprio posto nel mondo. Oggi è responsabile dell’area disabilità della cooperativa, un settore che abbraccia tutto l’arco della vita, dai bambini con bisogni speciali nelle scuole agli adulti nei centri socio-occupazionali, fino ai progetti di residenzialità e al cosiddetto “Dopo di noi”. La incontriamo in un momento di significativa espansione per la cooperativa, con nuovi appartamenti di prossima apertura e un grande progetto legato al PNRR in fase di avvio. Il suo sguardo, però, resta quello di chi sa che dietro ogni progettualità, gara d’appalto o normativa, c’è sempre il concreto di una persona con una vita da costruire.
Come ai suoi colleghi chiediamo anche a lei di ripercorrere la strada che l’ha portata in Eureka..
“In questo senso la mia storia inizia dal volontariato in parrocchia, che mi mise in contatto con un’assistente sociale del Comune di Piacenza. Fu lei a coinvolgermi, nei primi anni Novanta, nell’attività educativa domiciliare, mi consigliò di contattarla. Aveva intuito che quanto stavo cercando di costruire da sola poteva trovare una forma più strutturata e sostenibile all’interno della cooperativa che stava prendendo forma. Così il 1995 mi vide all’ingresso di Eureka. Anzi, al primo gradino dei centri educativi, per cui seguivo ragazzi che avevano bisogno d’attenzioni particolari. Da lì, passo dopo passo, sono cresciuta. E quella progressione lenta, a tratti faticosa, si è rivelata il patrimonio più prezioso che potessi accumulare”.

Tra l’altro vaniva da una formazione universitaria insolita per questo campo…
“Ero laureata in Lingue e Letterature straniere, anche se in realtà con passioni parallele che coltivavo con la medesima passione e intensità. Quando è nata Scienze dell’Educazione lavoravo già da anni, quindi ho seguito un percorso ad hoc che permetteva a chi era già in servizio d’ottenere una qualifica regionale parificabile al titolo universitario. In un certo senso, la mia formazione ibrida mi ha resa più curiosa: provenire da un’altra disciplina mi ha insegnato a guardare il lavoro educativo da angolature differenti, a non dare per scontato ciò che s’iscriveva a consuetudine per chi aveva studiato solo l’ambito formativo o sociale”.
Come si è evoluto il suo ruolo?
“Da educatore individuale ho iniziato ad occuparmi di gruppi, divenendo poi coordinatore e, in parallelo, referente dell’area in cui operavo. Il percorso è stato tuttavia sempre molto aderente all’esperienza diretta: quando sono approdata alle responsabilità di area e ho iniziato a stendere progetti e coordinare altri educatori, sapevo esattamente di cosa stavo parlando proprio perché l’avevo sperimentato dall’interno. Anche se dieci anni fa ho lasciato il ruolo di educatore diretto per dedicarmi interamente al coordinamento, non ho mai smesso di cercare il contatto con l’operatività. Oggi, nei progetti sugli adulti, mantengo ancora un contatto diretto con le persone. Questa vicinanza non è una scelta sentimentale: è necessità professionale. Chi perde il filo con ciò che accade davvero nei servizi rischia di produrre progetti bellissimi ma scollegati dalla realtà. I nostri invece nascono da dentro, dal lavoro gomito a gomito con chi è sul campo ogni giorno”.
Come si articola l’area disabilità di Eureka?
“Si divide in due grandi filoni: minori e maggiorenni. Per i primi operiamo principalmente al sostegno dell’inclusione scolastica: entriamo nelle classi come una sorta di ‘cerniera’ tra il bambino con disabilità, compagni, insegnanti e contesto scuola. Non è tuttavia una presenza passiva, la nostra: mediamo, costruiamo relazioni, facilitiamo apprendimento e socializzazione. D’estate, infine, l’attività si trasferisce nei centri estivi e ricreativi. Per quanto attenga gli adulti, invece, il cuore del lavoro è rappresentato dai centri socio-occupazionali, attraverso cui operiamo sull’occupabilità delle persone in senso ampio. Per chi mostra maggiore autonomia interveniamo con training che sfociano in tirocini e, successivamente, in inserimenti lavorativi nell’alveo delle categorie protette. Per chi manifesta bisogni più complessi, invece, il centro si fa luogo dove mantenere e sviluppare le autonomie residuali, praticare attività creative, socializzare, costruire una routine che dia senso alla giornata”.
Avete anche esperienze di residenzialità?
“Sì, e proprio in questo momento stiamo vivendo una fase di ampliamento del servizio. Ad un gruppo appartamento in Bobbio, già attivo h24 e dotato di sei posti, si andranno infatti sommando consimili spazi a Gossolengo e Rivergaro, spazi pensati per il training all’autonomia abitativa da impiegare per soggiorni brevi o per sia pronto per un inserimento più stabile. Il progetto andrà a regime nell’autunno 2026. Si tratta di un passo enorme verso quella che mi piace chiamare ‘disabilità diffusa’: l’idea che le persone non siano condannate ai soli servizi del luogo di nascita o residenza, ma accedere a una rete più ampia, trovare nuove affinità, costruire percorsi coerenti con i propri desideri e possibilità”.

Come vi rapportate con le amministrazioni comunali o gli enti superiori?
“In trentacinque anni di presenza sul territorio abbiamo attraversato molte sensibilità politiche e numerosi cambi d’amministrazione, eppure il dialogo si è sempre dimostrato proficuo e, anzi, costantemente funzionale a rinnovate sensibilità e attenzioni. Sono convinta che in larga parte dipenda da una nostra scelta precisa: quella dell’aderenza ai bisogni reali e della flessibilità necessaria a cambiare con loro. Lavoriamo del resto in strettissima collaborazione con tutti: dal bidello all’assessore, dall’assistente sociale ai tecnici dell’AUSL. Questo dialogo costante rappresenta forse la cifra più autentica della nostra cooperativa, volutamente orientata a servizi medio-piccoli, adattabili, liquidi, capaci di modellarsi sulla specificità di ogni contesto. Basti solo pensare agli utenti del gruppo appartamento di Bobbio: provengono da tutte le aree dell’Unione Montana Valli Trebbia e Luretta e già organizzarne il trasporto si dimostra una sfida quotidiana che una grande struttura centralizzata non saprebbe magari cogliere, figurarsi risolvere. La nostra forza è proprio questa: il ‘micro’ efficace come filosofia”.
Chi può fruire dei vostri servizi e come vengono intercettate le necessità?
“Vi si accede per diritto. Quello all’assistenza scolastica è per esempio in capo all’AUSL, che ne valuta la gravità, mentre il Comune è tenuto per legge ad affiancare l’assistenza specialistica. A quel punto entriamo in gioco noi, attraverso gare d’appalto. Le famiglie vengono accompagnate dai servizi sociali (chi ha una disabilità dalla nascita entra in un circuito che lo segue nel tempo) e, per sopraggiunta invalidità, si attivano automaticamente i raccordi con i servizi territoriali. Nel nostro sistema di norma nessuno rimane ‘sganciato’, anche se può succedere che una famiglia scelga d’allontanarsi dai normali iter o referenti magari a seguito di risposte inadeguate ai propri bisogni specifici. Si tratta tuttavia di rare eccezioni, spunto di raccordo e miglioramento piuttosto che una casistica da accettare supinamente. Va detto di contro che la disabilità è una parola sola, ma nasconde moltitudini infinite di bisogni: è normale che i servizi standardizzati fatichino talora a tenere il passo con quella varietà”,
Come gestite il rapporto tra famiglie ed enti pubblici?
“È uno degli snodi più delicati del nostro lavoro. La titolarità del progetto di vita è formalmente considerata responsabilità dell’ente pubblico, che in certi casi sopravanza anche la volontà dei genitori. Il che ha una sua logica: spesso il figlio con disabilità fatica a sganciarsi dalla famiglia e i genitori a lasciarlo andare, anche quando psicologi e assistenti sociali lo indicherebbero come percorso sano. La vicinanza affettiva può generare aspettative scollate dalla realtà o, al contrario, una rinuncia a pretendere di più. È quindi necessario che dal confronto tra famiglia e le possibilità reali dei servizi emerga una misura giusta, naturalmente sempre al rialzo, mai al ribasso. Noi siamo nel mezzo: spingiamo per favorire la fruizione di servizi su misura ma ne conosciamo al contempo anche i limiti. Il nostro ruolo è dunque quello di mediatori onesti, non portatori di promesse impossibili”.
Parliamo del “Dopo di noi”: che cos’è e come vi riguarda?
“È uno dei temi che mi stanno più a cuore. Attenzione pubblica e sensibilità del Legislatore hanno sdoganato la questione di cosa accada alle persone con disabilità quando i loro caregiver non ci sono più. Ma il punto fondamentale è proprio questo: non bisogna aspettare il ‘dopo’. Serve prepararsi per tempo, costruire per tempo le competenze di autonomia, le reti di relazione, i progetti di vita. L’appartamento di Bobbio è nato per questo scopo. Una normativa di prossima rilancerà e finanzierà il progetto di vita in modo più organico, mettendo al centro la persona e componendo concrete sinergie tra AUSL, Comuni, associazioni e privati. S’indagheranno temi che spaziano dal tempo libero al diritto alla sessualità fino al lavoro e siederanno allo stesso tavolo la persona, la famiglia, l’amministratore di sostegno, enti del terzo settore. L’obiettivo è evitare la standardizzazione della risposta e fare in modo che ogni persona possa abitare, lavorare e socializzare in modo coerente così come è normale avvenga nella vita di tutti”.

Come opera Eureka nell’ambito della tutela dei minori?
“Si tratta in questo caso d’interventi a favore di bambini e ragazzi in carico ai Servizi sociali (con o senza decreti del tribunale) in situazioni che spaziano dall’incuria alla violenza domestica fino all’allontanamento dalle famiglie d’origine e collocamento in strutture residenziali o affido. Eureka interviene su più livelli. Con l’educativa familiare sosteniamo la genitorialità a domicilio (laddove vi sia ancora margine di recupero), osservando e migliorando le dinamiche del nucleo. Con l’home visiting affianchiamo invece le mamme fragili durante la gravidanza e il puerperio, così da favorire l’attaccamento madre-figlio nei contesti più vulnerabili ed evitare l’allontanamento del neonato (che è l’extrema ratio). Gestiamo poi gli incontri protetti: il minore che non vive con uno o entrambi i genitori ha infatti il diritto di mantenere vivo quel legame, così da non sviluppare un senso di abbandono. Nei casi più gravi o problematici (e comunque sempre nel rispetto dell’interesse del bambino) utilizziamo spazi neutri, ambienti controllati in cui l’incontro avviene in sicurezza e può essere al bisogno osservato o filmato. Ogni intervento prevede un lavoro d’équipe: l’operatore non è mai solo ma affiancato da un coordinatore che lo supporta prima e dopo ogni intervento”.
Come leggete il tema dell’inclusione oggi?
“A mio avviso ‘inclusione’ è una delle parole più usate e meno comprese del nostro tempo. Nei bandi di gara è diventata una certificazione fondamentale, quasi un ‘mantra’. Ma bisogna avere il coraggio di chiedersi cosa significhi davvero una volta calati nella realtà. Vale lo stesso paradosso che si vive nelle scuole: ha senso tenere a tutti i costi un bambino che si lamenta, urla e soffre in un contesto che non riesce a contenerlo? Ma ancora: sarebbe preferibile relegarlo in una stanzetta a parte per non disturbare? Noi teniamo profondamente all’inclusione: tutti i nostri servizi sono aperti, mescolati, il più possibile in relazione con la comunità. Crediamo tuttavia che il vero incontro debba essere mediato, preparato, costruito con pazienza. Serve che il disabile abbia sviluppato sviluppato competenze di socializzazione prima di esser ‘gettato’ nella quotidianità scolare e non. Al contempo, inoltre, chi lo incontra e ci si relaziona deve comprendere il suo modo di comunicare. Per questo lavoriamo su entrambi i fronti. Senza questa doppia educazione l’inclusione resta solo propaganda, una bella parola che alla prova pratica non aggiunge nulla di positivo nella vita di nessuno”.