Guaraldo: “Al centro estivo hanno vissuto il presente e la natura come gioco”
Campi, stalle e prati che profumano d’estate per un ritorno ai ritmi lenti della crescita e della scoperta: nell’azienda agricola Bosco Gerolo di Rivergaro si è appena concluso il centro estivo dedicato ai ragazzi delle scuole elementari e medie. Momenti pensati per restituire loro esperienze libere e spensierate come un tempo. La parte educativa, come già per l’agriasilo Haiku, è affidata ad Eureka, che ogni mattino ha accudito bambini e ragazzini (tra i 10 e i 15 in tutto) prima di passare il testimone pomeridiano allo staff di Bosco Gerolo. Dalle otto alle tredici, per tutto il mese di luglio, i partecipanti hanno così vissuto intense giornate di gioco libero, piscina, natura, responsabilità. A guidarli nelle tante avventure: Annalisa Guaraldo, educatrice di riferimento della Cooperativa.

Come si è caratterizzata quest’apprezzatissima esperienza?
“Il centro estivo di Bosco Gerolo ha inteso rivolgersi ai ragazzini dai 6 ai 14 anni affidando a noi di Eureka la gestione di parte della giornata. È stato naturalmente un vantaggio già conoscere il contesto (che condivide numerosi spazi con l’agriasilo Haiku di cui già ci occupiamo), inoltre già in passato avevamo fatto esperienza di simili proposte proprio qui. Il luogo è stupendo, ricchissimo di stimoli, ben strutturato e organizzato. Questo ha permesso di rinnovare un’offerta di estremo valore per le famiglie che desiderassero i propri figli s’immergessero (in completa sicurezza) nel gioco a contatto con natura e animali”.
Quanto è durato il centro estivo?
“Il percorso è organizzato in cinque moduli settimanali, dal lunedì al venerdì, che le famiglie possono scegliere singolarmente oppure con continuità. Quasi tutti i nostri ragazzi hanno optato per periodo lunghi: fin da principio si è creato del resto da subito un gruppo davvero affiatato, in cui l’amicizia è andata rinsaldandosi giorno dopo giorno. In tutto ci siamo occupati da una decina ad una quindicina di ragazzi: numero ideale per conoscerli a dovere e seguirli uno ad uno”.

La ridotta dimensione del gruppo è quindi stata un plus?
“Il gruppo piccolo è un valore prezioso: favorisce il benessere e l’integrazione, ognuno trova il proprio posto e riesce a farsi conoscere con le proprie specifiche caratteristiche, dal più timido al più esuberante. C’era spazio per tutti e per la voce d’ognuno. I più grandi, in più, aiutavano i più piccoli. Maschi e femmine stavano sempre insieme, senza divisioni: certo, capitava talora che, dopo pranzo, i primi si dedicassero per un po’ alle carte Pokémon e le seconde ad altro, ma solo per ritrovarsi in seguito ad organizzare giochi tutti insieme”.
Com’erano organizzate le mattine?
“All’accoglienza seguivano subito momenti di gioco, ma non sport o attività strettamente organizzate, calate dall’alto: giochi della tradizione che i ragazzi spesso non conoscono più (più impegnativi anche dal punto di vista educativo, perché richiedono tattica e ragionamento) ma anche tanta autogestione. Così facendo il gruppo decideva in autonomia, inventava, abbracciava passioni ed emozioni del momento. Gran parte del tempo era poi dedicato ad attività naturalistiche e piccole gite, come quelle lungo il Trebbia, che raggiungevamo ameno una volta a settimana. Lì si osservavano i sassi del greto, la presenza dei pesci o delle caratteristiche del fiume in questa stagione, riscoprendo il valore dell’esplorazione naturalistica. Così facendo l’ambiente si restituiva ai ragazzi come gioco costruttivo, non semplicemente da contemplare ma da “abitare”: è così capitato ad esempio che si costruissero capanne, magari per delle piccole sfide a squadre. Desideravamo che la natura fosse riconosciuta come strumento di gioco e non mero sfruttamento, alimentando curiosità per le sue infinite sfaccettature e, al contempo, stimolando le più varie capacità dei nostri ospiti”.


Che tipo di responsabilità sono state affidate ai ragazzi?
“Rispetto ai bambini più piccoli, come quelli del centro estivo di Haiku, ai nostri sono stati chiesti compiti più responsabilizzanti. Chiesti, ma mai imposti. Anzi: erano spesso loro a proporsi con entusiasmo. Era così per la pulizia delle gabbie dei conigli, affidata ai più grandi, ma anche l’apparecchiamento dei tavoli per il pranzo condiviso. Anche la cucina si è dimostrata per esempio un importante strumento educativo: si raccoglievano i prodotti dell’orto che, con orgoglio, si osservava in seguito farsi piatti da degustare. Una filiera cortissima da consumare insieme, grazie all’appoggio del personale di Bosco Gerolo, all’ombra di un grande gazebo”.
Al pomeriggio, quindi, avveniva il “passaggio di consegne”?
“Sia con noi che con lo staff Bosco Gerolo il dopopranzo poteva essere dedicato a qualche compito delle vacanze, due chiacchiere, ma per i ragazzi l’emozione riprendeva subito dopo con la piscina (ottimamente sorvegliata dal bagnino) e tante altre attività. Su ciascun ragazzo avveniva quotidianamente un confronto e lo scambio di conoscenze: stesse, doverose attenzioni che (sia noi all’accoglienza che loro alla riconsegna) osservavamo con le famiglie. Così facendo raccoglievamo richieste, eventuali necessità o indicazioni, ma si restituiva anche il piacere di una comunicazione costante che rendeva in qualche modo indirettamente partecipi i genitori delle giornate dei figli”.
Quale aspetto le è piaciuto di più?
“Ho amato particolarmente vedere i ragazzi dedicarsi al gioco libero, inventarselo, organizzarsi: li ho visti con gioia farsi padroni del proprio tempo. Naturalmente tutto veniva svolto sotto la nostra supervisione e con la pronta, eventuale gestione condivisa delle dinamiche di conflitto, ma devo ammettere che il gruppo di quest’anno ci ha dato grandi soddisfazioni. Si sono tutti dimostrati estremamente sensibili, maturi, disponibili e garbati. È stato un piacere favorirne il movimento, facilitarne il coinvolgimento o anche semplicemente accompagnarne l’emozione nell’incontro con gli animali. Più di tutto ho notato come praticamente l’intero gruppo sembrasse chiedere a gran voce di riappropriarsi della libertà: una sorta di ritorno al gioco in piazza sullo stile dei piccoli borghi di un tempo. A Bosco Gerolo gli spazi si sono dimostrati perfetti allo scopo e noi operatori ci siamo potuti concentrare su attività di sola facilitazione, guida e supervisione. Dal campo da calcio ai prati, fino agli ambienti della fattoria i ragazzi hanno così potuto muoversi in (apparente) autonomia maturando autostima e competenze preziose”.

Che rapporto hanno costruito con gli animali della fattoria?
“Nel contesto in cui eravamo gli animali erano naturalmente partecipi dei medesimi nostri spazi. La cosa più bella era infatti che non ci fosse una programmazione fissa per il loro avvicinamento. A seconda delle richieste, di interessi o curiosità del momento si decideva tutti insieme di andare alla loro scoperta. Capitava anche che i ragazzi semplicemente ‘incrociassero’ l’asinello, si trattenessero a osservarlo, chi più chi meno, in base alle proprie preferenze e senza imposizione alcuna. Nessuno ha mai espresso alcun timore, anzi: ricordo con tenerezza due ragazzine di scuola media che amavano particolarmente stare con gli animali. Li cercavano, ci parlavano. Paradossalmente, invece di dissertare di ragazzi o vestiti, passavano il tempo a ragionare delle galline”.
Il telefonino non si è mai “messo in mezzo” a quest’idillio agreste?
“Era impossibile accadesse, poiché le famiglie non permettevano loro di portarselo appresso. Non era imposto come obbligo, ma a quanto pare si è trattato di una scelta comune e consapevole che non ha sollevato alcuna lamentazione. I ragazzi hanno vissuto le giornate nel qui ed ora, quasi fossero tornati ad epoche prive di schermi, connessioni o distrazioni digitali. La cosa bella è che, intenti com’erano a relazionarsi fra loro, osservare e portare costante attenzione a ciò che li circondava, non ne hanno mai sentito il bisogno”.
Che bilancio trae da questa edizione, e cosa si aspetta per il futuro?
“Molti dei nostri ragazzi hanno già detto di voler tornare l’anno prossimo. Le stesse famiglie si sono dimostrate particolarmente soddisfatte: del resto si tratta d’una location splendida, comoda per chi abita in media Val Trebbia e magari lavora a Piacenza ma anche un’oasi di relax che chi risiede in città d’estate raggiunge volentieri: in una ventina di minuti si può godere della natura e di paesaggi meravigliosi. Sono davvero contenta di come sia andata questa edizione e spero l’anno prossimo potremo replicarne il successo”.